domenica 15 aprile 2018


DE-SIDERA

IL NUOVO CORTO DI MOUNTAIN EXPLORER MOVIES


E' terminato il lavoro di montaggio del nuovo film prodotto da "Mountain Explorer Movies" e diretto da Claudio Pesenti. Le riprese hanno visto la partecipazione di numerosi contributi tecnici da parte di amici e conoscenti per la realizzazione dell'opera.
Il cortometraggio (durata 30') verrà presentato nel corso del biennio 2018-19 a film festival nazionali e internazionali legati al mondo dell'outdoor e della montagna.

Il cortometraggio affronta il tema dell'alpinismo come paradigma per recuperare un rapporto autentico con la realtà (e in particolare la realtà naturale), ormai perso nell'epoca contemporanea. Il titolo "De-sidera" vuole essere un'esortazione ("desidera!") e riprende l'etimologia latina della parola desiderio (appunto "de sidera") che vuol dire "mancanza di stelle"; quando nelle nostre città perdiamo la vista delle stelle perdiamo un pezzo fondamentale della nostra natura umana: il desiderio.

Riportiamo in seguito alcuni frame tratti da De-sidera.








mercoledì 7 febbraio 2018


TOMEK: SOGNARE PIU' VERO

Il Nanga Parbat, la montagna assassina.
Così recita il cartello che dalla strada invita i passanti ad ammirare il grande gigante del Kashmir, avvolto nella sua armatura di seracchi e rocce verticali.
La montagna appare cattiva, terribile e inaccessibile. Enorme.
Eppure uomini hanno dedicato un gran pezzo della propria esistenza a bramarla, a sognarla, ad adorarla.
Bellezza ammaliante che richiede sacrifici e sforzi enormi. Fatiche immani, gelo, lacrime, perdite irrecuperabili.
Che cosa si nasconde lassù perché uomini gli sacrifichino davvero la propria vita? Qual è il richiamo irresistibile che da quella vetta scende inondando il cuore? Cosa canta la montagna dall'alto della sua indifferente eternità?
Follia? Desiderio? Di cosa?
Un pensiero mi martella nella testa, continuamente, fin da quando l'elicottero pakistano ha portato in salvo Elisabeth. Penso a Tomek lassù sulla montagna, cieco e infortunato nel crepaccio a 7300m, rannicchiato, solo.
Avrà sentito l'eco dell'elicottero avvicinarsi e poi allontanarsi dai fianchi del gigante? Quando si sarà rassegnato, accantonando ogni speranza di salvezza?
Penso all'alpinista polacco che per sette volte si è portato ai piedi del Nanga Parbat, in inverno, quando il freddo è insostenibile e le condizioni proibitive. Ha corteggiato quel colosso terrificante, luminoso, bellissimo.
Ha provato a scalarlo da ognuno dei suoi versanti, da diverse vie, con diversi compagni; sempre col suo stile.
In anni di alpinismo himalayano Tomek non ha mai affrontato un altro ottomila, non ha mai provato ad attaccare il Nanga in estate, per vedere com'era. Tomek era forse un pazzo, squinternato, equipaggiato ai minimi termini e senza un becco di quattrino, però aveva ben chiaro il suo sogno: si chiamava Nanga Parbat, in inverno.
Chissà nella profondità del suo cuore, conservato in un corpo che stava morendo congelato e disidratato, cosa provava Tomek. Chissà lì nel crepaccio, alla fine del suo cammino, cosa pensava Tomek che finalmente sul Nanga Parbat ci era stato per davvero, fino alla cima, in inverno.
C'è qualcosa di straordinario nella realizzazione di un sogno, di un sogno così grande che è terribile, che richiede sacrifici enormi e fatica e perdite irrecuperabili. C'è qualcosa di straordinario che fa commuovere perché non è un bel sogno, non è uno di questi sogni che ci hanno insegnato a sognare.
Si tratta di quello che Nietzsche chiamava sognare più vero. Si tratta di accettare il prezzo del proprio desiderio e affondare la propria vita nella durezza della terra, passo dopo passo, verso una bellezza enorme. Una bellezza immensamente più grande di noi che però sa chiamarci in modo inesorabile, intimamente, fino alla profondità del nostro essere.
Forse per un ideale così, che è molto più di un sogno, val la pena dare la vita: val la pena vivere, per davvero.

Stefano Sala

martedì 2 maggio 2017

UELI STECK E IL DESTINO DELL'UOMO

Guardare Ueli Steck che corre sulla parete nord dell'Eiger, afferrando minuscole tacche con picche e ramponi, lascia increduli e sbigottiti. Neppure le esagerazioni dei film americani, neppure Fast and Furious, hanno osato tanto. Eppure è realtà: l'alpinista svizzero ha davvero salito quel gigante di ghiaccio e roccia così, in solo 2 ore e 22 minuti.
Quando ho saputo che Steck era arrivato in cima all'Annapurna, in solitaria e in poche ore lungo la pericolosissima parete sud, ho fatto fatica a crederci. L'Annapurna è l'Ottomila che si è concesso meno di tutti, ed è forse la montagna più micidiale del mondo. Salirla in quel modo, come fosse un giro in Grignetta, mi appariva quasi dissacrante; la dimostrazione ultima che Steck era di un altro pianeta, molto oltre quello che è stato l'alpinismo fino ad oggi.
Dopo l'Annapurna non so come Steck avrebbe potuto ancora stupirci. Perfino l'obbiettivo della traversata Everest-Lhotse non mi ha impressionato più di tanto. Era quasi scontato che l'avrebbe portata a casa senza problemi, come al solito. Ormai Steck era capace di tutto: di prendere qualsiasi impresa per tutti impossibile e trasformarla in un exploit sportivo di successo.
Seguendo gli allenamenti che stava facendo in Nepal, ci si rendeva conto di quanto fosse sovrumana la sua preparazione. Leggendo di lui sui siti specializzati, traspariva un alpinista-macchina, immune da qualsiasi limite, capace di salire dai 5000m di quota ai 7000m in poche ore.
Poi, una mattina, accendendo il computer, la notizia: Ueli Steck è morto.
La prima reazione è stata quella di non crederci, non era possibile! Poi ci si rende conto che è così, che è davvero successo, in un allenamento lungo i pendii del Nuptse.
L'uomo dell'impossibile, dei successi infiniti, era morto mentre si preparava per la sua salita. Appare come una beffa: non è stato durante uno dei suoi exploit al limite, non è stato durante l'impresa che preparava da mesi, ma è morto durante un giro di acclimatamento.
Certo il Nuptse è una montagna difficile ed impegnativa, che supera i 7800m, ma nell'idea di Steck quello era un banco di prova, una preliminare in preparazione del grande slam.
Eppure lì il grande alpinista è scivolato, sparendo per sempre. E' successo proprio lì, fra le braccia del Nuptse, nonostante nessuno l'avesse previsto o preventivato.
Ora fanno eco i più disparati commenti; da chi se la prende con Steck, accusandolo di aver tirato troppo la corda, a chi grida alla solita montagna assassina. Ma la montagna è troppo grande, troppo  immensa per occuparsi degli uomini che strisciano lungo i suoi pendii. E altrettanto grande è il desiderio di chi si innamora di quelle montagne, venendo attratto da qualcosa che va oltre il semplice istinto di sopravvivenza.
Si potrebbe pensare che il destino di Steck fosse segnato, che in fondo alla sua pista ci fosse il Nuptse. Forse è così, ma più in generale direi che la montagna è fatta come è fatta e il destino di chi la percorre è ad essa legato. Solo l'accettazione di questa realtà può consentire all'alpinista di essere consapevole di sé, per arrivare a camminare sul filo dei propri limiti, con tutto ciò che può comportare.
Steck non è morto all'apice della sua prestazione, ma sui pendii di una montagna. Una montagna troppo grande per accorgersi di lui, ma troppo bella perché Steck non fosse lì in quel momento. Quel giorno il Nuptse aveva uno strato di neve fresca appoggiato sulle lastre di ghiaccio vivo, era così perché la montagna aveva scelto quella veste, indipendentemente dagli uomini. Steck è scivolato via ma non è colpa di nessuno, se non dell'alpinismo. Del desiderio dell'uomo che non si accontenta di sopravvivere alla realtà, ma che ne è indissolubilmente attratto, con tutto se stesso.

Stefano Sala



martedì 11 ottobre 2016


RACCONTI DI GHIACCIO E DI ROCCIA

E' uscito in formato digitale il libro di Stefano "Racconti di ghiaccio e di roccia" pubblicato dalla Delos Digital per la collana Versante Est.

Il libro è una raccolta di 20 racconti, un viaggio attraverso il rapporto fra l'uomo e l'immensità della monatgna.

Potete trovare l'ebook nei principali store on line e sul sito della casa editrice:






giovedì 4 agosto 2016


"TERRA INCOGNITA"

ZAKOPANE MOUNTAIN FILM FESTIVAL
POLONIA, 31/08-04/09 


La clip vincitrice al concorso Monti Sorgenti 2016 di Lecco è stata selezionata al Zakopane Mountain Film Festival (il più importante festival di montagna della Polonia, facente parte del circuito Mountain Film Alliance).

venerdì 27 maggio 2016


"TERRA INCOGNITA" 
PRIMO PREMIO 
ALL'EXTRA CORTI CONTEST - LECCO

ECCO IL CORTO!


Il nuovo filmato "Terra Incognita" girato e montato da Claudio ha ricevuto il primo premio di “Lavori in corTo”, la seconda edizione del “Lecco eXtra-Corti Contest”, concorso nazionale di cortometraggi lanciato dalla rassegna “Monti Sorgenti” organizzata dal CAI di Lecco. 
In finale sono arrivati 12 filmati provenienti da tutta Italia, che sono stati giudicati da una giuria internazionale (presieduta da Jan Philippe Guigou, direttore della casa di produzione francese Filigranowa, e composta da Marcello Mereu, produttore esecutivo di Magnolia, Leopoldo Gasparotto, curatore editoriale di Magnolia, e Matteo Zanga, adventure and commercial photographer).

Il cortometraggio comprende immagini dallo spazio, riprese aeree (Dolomiti, inverno 2015) e riprese dalle scalate alla parete nord del Fletchhorn (Svizzera, primavera 2014) e al canale nord del Monte Cimone (Italia, inverno 2014) e vuole sintetizzare la percezione corretta che l’uomo deve avere della realtà: la natura è la chiave per la scoperta di sè come uomini. 
La Terra in particolare è uno dei possibili mondi esistenti nell’universo. Su questo pianeta avvicinandoci sempre di più alla superficie si scopre l’uomo: unico essere determinato da razionalità ed emozioni; egli ricerca la verità della realtà e di se stesso nelle attività della vita. In particolare la coesistenza di azione e contemplazione fanno dell'alpinismo il paradigma della ricerca più profonda. Da qui la percezione del nostro pianeta e di se stessi come di una terra sconosciuta (terra incognita) da esplorare.

Ecco il video:


Terra_Incognita from nicoletta.favaron on Vimeo.




venerdì 13 maggio 2016


"TERRA INCOGNITA" 


Il nuovo filmato "Terra Incognita" girato e montato da Claudio è stato selezionato tra i finalisti al contest "Extra Corti".
La serata di proiezione si terrà giovedì 19 maggio alle ore 21.00 presso la sala conferenze API in via Pergola a Lecco.

Il cortometraggio (che per partecipare alla manifestazione deve presentare una durata di massimo 3 minuti) tratta sinteticamente la percezione vecchia, familiare, ormai ovvia che abbiamo del nostro pianeta e la riscoperta degli spazi selvaggi e della nostra natura di avventurieri attraverso l'alpinismo e l'esplorazione.

Nel filmato vedrete riprese della scalata del 2014 alla parete nord del Fletschhorn insieme a Stefano, immagini Nasa dallo spazio e riprese aeree.




martedì 9 febbraio 2016



"SKY WALKERS" 
AL VERONA MOUNTAIN FILM FESTIVAL

Il film girato durante la spedizione dei Mountain Explorers al Khan Tengri 2014, dopo essere stato proiettato nella serata di apertura dell'Orobie Film Festival in gennaio e al Sestriere Film Festival in agosto, è stato ora selezionato dal Verona Mountain Film Festival.

Nel frattempo è in cantiere un nuovo cortometraggio che affronterà la tematica fondante l'alpinismo come paradigma dell'esistenza umana: il rapporto tra uomo e natura. 

Qui di seguito la programmazione delle serate che si terranno a Verona.






giovedì 9 luglio 2015


"SKY WALKERS" 
AL SESTRIERE FILM FESTIVAL

Il film girato durante la spedizione dei Mountain Explorers al Khan Tengri 2014, dopo essere stato proiettato nella serata di apertura dell'Orobie Film Festival in gennaio, è stato ora selezionato dal Sestriere Film Festival.

Il cortometraggio vuole essere una celebrazione delle emozioni e della bellezza che si vivono in montagna, sia durante l'azione della scalata che negli aspetti più contemplativi. 

Qui di seguito la programmazione delle serate che si terranno a Sestriere (TO) dall'1 al 7 agosto.

Per informazioni visita il sito http://www.montagnaitalia.com/SESTRIERE%2015.html







 

mercoledì 1 aprile 2015




L'ARRAMPICATA 
E IL FASCINO DELLA META



Della spedizione mi è rimasta addosso la sensazione di essere costantemente sotto lo sguardo della nostra montagna. Il Khan Tengri, con la sua mole di roccia e ghiaccio, è una presenza che pesa, una presenza costante, anche quando la montagna è avvolta nelle sue tumultuose nubi.
Ho in mente questa presenza mentre discuto con un tizio a proposito della scalata, in generale. Lui, bravissima persona, sostiene quello che da un po’ il mondo dell’arrampicata porta avanti: non è la meta che conta, ma il puro atto. Il fatto di divertirsi scalando. Il principe di questo pensiero, più volte citato dal mio interlocutore, è Gian Piero Motti.
Certo è affascinate: liberarsi dell’ossessione della meta, della cima eroica, per dedicarsi liberi al proprio gesto. Ma è davvero possibile? Per quanto?
Parlando con chi arrampica non si sente quasi più parlare di montagna, ma di grado di difficoltà: 6c, 7b, 8a,9c… E’ forse questo il nuovo obbiettivo? Forse la cima è stata sostituita da questa nuova conquista. Come una volta si puntava all’Everest, alla sfida con la montagna più alta, ora si punta al 9c, al grado più alto.
Il mio interlocutore ammette il rischio, sostenendo che bisogna liberarsi anche da questa ossessione, che l’arrampicata deve disfarsi anche della lotta col grado. Il punto, dice lui, è dedicarsi all’arrampicata che più può realizzarci, affrontando vie belle che ci ispirano.
Io faccio davvero fatica, cerco di capire. Stiamo quindi parlando di scegliere una via che esteticamente ci affascina, per salirla e quindi realizzarci? Però la meta c’è sempre, è la catena, la via percorsa e chiusa in libera. Già.
Purtroppo sbaglio ancora, l’interlocutore mi corregge: non centra chiudere la via, è il solo fatto di provarla, di scalare, di godere dei suoi movimenti…
A questo punto ho ripensato al Khan Tengri e alla sua scalata, esaltante. Ho pensato ai passaggi verticali di misto, alla cresta nevosa affilata, alla goulottina sotto al Chapaeva. Bellissimi, goduriosi, ma li avrei mai fatti così tanto per farli? O forse a spingermi ad affrontarli e a godermeli è stata la cima che pendeva costantemente su di me? E’ davvero possibile intraprendere una strada infischiandosene completamente della meta?
L’interlocutore per spiegarmi meglio cita Dostoevskij per cui “Colombo non era felice nel momento in cui scoprì l’America, bensì quando era in viaggio per scoprirla […] L’importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta […] e non nella scoperta stessa”.
Bello, bellissime parole. Ma cosa avrebbe pensato Colombo se uscito dalle Colonne d’Ercole fosse precipitato nel vuoto, scoprendo che tutto ciò che l’aveva spinto a intraprendere il suo viaggio era errato? Sarebbe stato contento uguale?
E’ evidente che la grandezza di Colombo sta nell’averci creduto, contro tutto e tutti, nell’essere partito e aver continuato nonostante gli ammutinamenti. Ma la sua grande gioia non può che essere esplosa quando ha visto il lembo di terra davanti alla sua nave, quel lembo che compiva  tutto il viaggio intrapreso, che dava un senso alla sua sfida.
Ho forse capito una cosa da questo interessante colloquio con un moderno climber: che l’uomo d’oggi ha una fottuta paura di confrontarsi col mondo esterno. Ha un totale ripudio per la possibilità che il senso del sé possa venire da qualcosa di esterno. Qualsiasi cosa si faccia deve nascere dal sé e svilupparsi all’interno del sé. C’è la tremenda paura di perdere la propria autonomia.
Si è passati dalla lotta con l'alpe (l’uomo che sfida la montagna) alla lotta col sé (dove l’esterno è solo un mezzo). Eppure io continuo a rimanere affascinato da montagne gigantesche, che brillano là in alto sotto il sole. Ed è nella danza con quella bellezza, a cui tendo, che forgio anche me stesso, scoprendomi uomo desiderante. E’ nel tendere all’altro della montagna, che scopro anche me stesso, in un dialogo fatto di gesti e sensazioni.
Certo è l’intensità del viaggio che dà peso alla meta, ma senza meta il viaggio stesso mancherebbe di spinta. Senza il fascino dell’assoluta bellezza, di una bellezza che è altro da me, l’io si chiuderebbe implodendo, appassendo semplicemente su se stesso.
Stefano

lunedì 16 marzo 2015


ROCK AROUND THE WORLD




Un giorno Stefano mi ha confidato che i migliori video di alpinismo sono montati dai russi: vie estreme e musica disco anni '90 come colonna sonora. Come non dargli torto!
A Galbiate Patrizio Gossenberg ed io abbiamo arrampicato. Non abbiamo affrontato vie estreme. Con lui ho provato da secondo alcuni tracciati di 5a-5b per riprendere confidenza con la roccia. Arrugginito come non mai!
Ho montato la GoPro sul caschetto e via a fare lo scemo in falesia. Stefano si starà preparando per titaniche vie classiche su misto...quelle sì degne dei migliori alpinisti russi.
Intanto però facendo zapping su internet sono incappato in una bravissima fotografa che parlava dei suoi gusti musicali: Daft Punk! Niente male davvero..ottimi per fare il ramarro tamarro in falesia!
Claudio

sabato 21 febbraio 2015


FULMINE A CIEL SERENO


Val di Scalve. Fine gennaio. Stefano cammina davanti a me nella neve. Sono passati molti mesi dalla spedizione ma qualcosa continua a non girare per il verso giusto. Dopo 50 minuti di marcia cominciano i dolori dietro il ginocchio destro. Tutto come lo scorso giugno e poi al Khan Tengri. Nulla è cambiato, nulla è guarito. La pace lascia spazio allo sconforto e alle preoccupazioni. Il dolore diventa lancinante. Risonanza magnetica in arrivo.

I giorni successivi penso e ripenso all’impossibilità di scalare. Un fulmine a ciel sereno. Rimane solo la possibilità di dedicarmi interamente alla roccia per quest’anno, arrampicando su vie che non richiedano più di mezzora di avvicinamento. Una limitazione sconcertante alla voglia di esplorare e scoprire, ma anche una chance di migliorare la tecnica in una disciplina in cui di certo non brillo.

Rimangono tante domande rispetto all’impossibilità di approfondire la mia passione per l’alta quota e gli ambienti estremi. Rimane l’amaro in bocca e la preoccupazione che un giorno le alte vette potranno essere ammirate soltanto dal basso. Eppure noi non viviamo per la montagna. Se c’è una lezione che nasce da questa fregatura è che la montagna per noi non è un assoluto, ma semplicemente un mezzo per vivere più intensamente la realtà e la vita. Si può vivere intensamente ovunque, basta essere Uomini.

Intanto però si vende cara la pelle! Aggrappiamoci alla roccia!


Foto: zoppicando ai Forni (SO), subito dopo l'infortunio avvenuto durante la discesa dalla parete nord-ovest del Palon de la Mare (giugno 2014).

martedì 6 gennaio 2015



IL PERCHE' DELL'ALPINISMO




Il 6 novembre 2014 al Palamonti, sede del CAI di Bergamo, Claudio spiega le ragioni umane che portano alcuni uomini a scalare le montagne.

Sabato 17 gennaio a partire dalle ore 20:30 presso l'Auditorium di Piazza Libertà di Bergamo verrà proiettato il film "Sky Walkers", film girato e montato da Claudio che racconta la spedizione al Khan Tengri. Il cortometraggio è stato selezionato dall'Orobie Film Festival, festival internazionale del cinema di montagna che si terrà dal 17 al 24 gennaio.

http://www.caibergamo.it/ddoc/docuo.php?did=1328&fn=magazine+off_LD.pdf




lunedì 15 dicembre 2014



IL RACCONTO DELLA SPEDIZIONE




Il 6 novembre 2014 al Palamonti, sede del CAI di Bergamo, Stefano racconta la spedizione ed espone le fotografie scattate durante il viaggio e la scalata.
Presenta la serata Pietro Gavazzi, presidente della Commissione Alpinismo.

A seguire pubblicheremo il video relativo alla seconda parte della serata, in cui abbiamo raccontato "Perchè scaliamo le montagne".



lunedì 8 settembre 2014


L'URLO DELLA NATURA



"Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo... Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo."               Edvard Munch


25 luglio 2014 - Campo logistico di Karkara – Frontiera tra Kazakhstan e Kyrgyzistan.

La tensione comincia a salire. Domani voleremo a bordo dell’elicottero militare kyrgyzo fino al campo base [1].
Mi allontano dalla tenda per sgranchirmi le gambe e fare una passeggiata.
Cammino in una valle non dissimile dalle nostre nelle Alpi: verdi pascoli, pinete, un torrente che separa i due stati.
Eppure al tramonto c’è una luce strana. Si percepisce un’atmosfera da frontiera, da fine del mondo conosciuto, oltre il quale solo ghiacci perenni e montagne senza nome abitano questo pianeta. La Terra allo stato primordiale.
Nella luce che si tinge di rosso si percepisce tutto questo. E’ un’atmosfera che fa tremare i polsi.
E’ come l’urlo della natura più selvaggia e spietata di fronte all’uomo.

Viene da chiedersi se mentre i sistemi solari e le galassie continuano il loro moto perpetuo la Misericordia da qualche parte stia salvando qualcuno [2].
Perché è proprio questo il punto: cos’è ultimamente questa realtà che ci è data nella quale camminiamo con reverenza e stupore?
Queste montagne che scaliamo sono per noi una promessa… la promessa che la bellezza che assaporiamo sia segno di una Bellezza più grande ed eterna.
Non c’è motivo più profondo per rischiare e mettersi in gioco tra i dirupi e le cime di questo: verificare questa promessa.
Ma la verifica è possibile solo in un rapporto umano. Un rapporto innanzitutto con se stessi [3], cioè conoscendo meglio se stessi, la propria natura profonda e i propri desideri più veri. E poi un rapporto con altri uomini, che come noi hanno sete di verità e bellezza. Con loro è possibile forse iniziare un cammino. 
Mentre scalando verso la cima andiamo sempre più in alto, camminando insieme a loro è possibile andare più in profondità della nostra vita.

Note
[1] - Campo base nord del Khan Tengri - Spedizione 2014
[2] - E' la domanda che si pone Kurt Diemberger (il grande alpinista austriaco) nel film "Verso Dove".
[3] - Rimando al post "La verità dell'io" (http://mountain-explorers.blogspot.it/2014/09/la-verita-dellio-tornato-dalla.html).

Claudio Pesenti

lunedì 1 settembre 2014


LA VERITA' DELL'IO




Tornato dalla spedizione, come è normale che sia, le persone ti chiedono come è andata, come è stata: ti chiedono di raccontare. Io racconto volentieri, mostro le foto, dico impressioni, sensazioni… eppure, alla fine, ci si accorge che qualcosa manca.
La cosa che più rimane impressa del racconto, su cui più si soffermano le domande, è la fatica e il pericolo, la scomodità della vita in spedizione e il rischio corso. E’ qui che cade il quesito più ovvio: perché? Perché passare la propria estate in questo modo? Perché spendere tutto quel tempo e soldi e fatica per una cosa così?
La domanda è ovvia e giustissima, noi stessi ce la ponevamo, soprattutto negli infiniti tempi morti che caratterizzano la vita ai campi. Nelle notti infinite, con la bufera che ulula fuori e il respiro che ghiaccia sul telo interno della tenda, è naturale chiedersi: “perché? Perché sono qui?”
Ecco, è proprio questo che manca nel racconto che continuo a fare della spedizione: la risposta a questo “perché”. Manca perché è un vissuto che rimane senza parole.

L’altra domanda che spesso ci si sente rivolgere è: “continuerai ad andare in montagna o ne hai avuta abbastanza?” (La stessa domanda che mi facevano dopo che sono stato investito da una valanga).
Quando sono partito ero convinto che una volta tornato per un po’ sarei stato tranquillo, godendomi relax e terre piatte. Invece, sull’aereo che mi riportava in Italia, mi sono sorpreso ad avere addosso un irrefrenabile desiderio di montagna. Perché? Anche la risposta a questo “perché” è senza parole, è qualcosa che parte dal cuore, che non ci si sa spiegare ma che c’è.

Una certa ermeneutica contemporanea, nel rivalutare l’Ideale di Platone, lo definisce un essere-non-ancora che tuttavia è già-qui. Questa stessa definizione incarna bene tutti i “perché” del mio andare in montagna.

Perché certamente, alla domanda “perché sono qui?” che mi facevo nella notte a campo due, con le gocce di ghiaccio che mi  picchiettavano il volto, ho risposto il giorno dopo. Ho risposto commuovendomi mentre legavo il rosario di mio padre sulla cima del Chapaeva.
E al “perché questo profondo desiderio di montagna?” la risposta è quella del lunedì, il giorno dopo la scalata. Il giorno in cui mi immergo nuovamente nei casini del lavoro, con però un certo dolore alle gambe: le labbra bruciare, le spalle stanche, il costante ricordo del compagno di cordata e della cima.
La risposta al “perché” è nei sintomi dell’andare in montagna, segni di una gioia e una soddisfazione assolutamente grande, una bellezza assolutamente grande. Una grandiosa bellezza vissuta che ti da la forza e la voglia di fare in modo altrettanto grande e bello il tuo lavoro quotidiano. Che ti alimenta il desiderio di vivere in modo grandioso, perché hai sperimentato quella grandiosità.

Ecco, vado in montagna per sentirmi pienamente me stesso, per vivere quella grandiosa bellezza per cui mi sento fatto e che profondamente desidero. E vado in montagna per poi ritrovare la forza e la speranza di esportare quella bellezza in ogni mio giorno della mia vita, per vivere quella grandiosa bellezza che è un essere-non-ancora che tuttavia è già-qui.

Stefano Sala

venerdì 22 agosto 2014


NON TUTTI I VAGABONDI SONO PERDUTI




“And the times when we were young
When life seemed so long
Day after day
You burned it all away”
                                                          Anathema


Avevo una chiara sensazione durante la spedizione [1]. La sensazione di non avere tempo da perdere.
Il tempo scorre vorace, spesso divora intere giornate lasciandoci nell’indifferenza occupati come siamo con il lavoro, gli hobby,… le cose da fare.
E’ affascinante come durante una spedizione il tempo assuma invece una dimensione dilatata. Non ci sono più gli affanni e la burocrazia della vita quotidiana. E’ affascinante e al tempo stesso psicologicamente provante: quando si è soli con se stessi e i propri pensieri, per ore chiusi in una tenda mentre fuori nevica, ogni domanda, ogni ferita aperta, ogni problema emerge imponente davanti a noi e chiede una risposta.
Allo stesso modo durante la scalata, quando il cielo si apre e gli spazi si fanno sconfinati, la bellezza suscita domande che non avevamo dentro di noi e che ugualmente si impongono come ferite aperte. E in questo sta tutto il potere della realtà: quello che accade sotto i nostri occhi nei momenti che si succedono (anche quelli apparentemente meno significativi) genera qualcosa nell’uomo, genera una presa di posizione, genera movimento.
L'ho capito uscendo dalla tenda a campo 1 [2] nella notte profonda: alzo gli occhi e si apre la vista della nostra galassia con miliardi di stelle che accendono il buio e danno profondità al cielo.
Basta avere uno sguardo attento e sapere dove guardare. Anche nei momenti più imbarazzanti.
Non ci sono riempitivi. E’ la vita al proprio stato essenziale.
Non c’è spazio per l’indifferenza.
Di fatto abbiamo deciso di metterci in gioco, di viaggiare, di metterci in cammino.
Vaghiamo su questa terra, camminiamo su ghiacciai, percorriamo creste affilate, passiamo le notti in bivacco. Vaghiamo osservando tutto con attenzione e rigoroso silenzio. Siamo vagabondi, ma non siamo perduti.
In un certo senso la cima della montagna che vogliamo raggiungere indica simbolicamente che abbiamo una meta ben chiara in testa: la verità.
Scalando le montagne vogliamo raggiungere la verità di noi stessi e avvicinarci alla Verità della realtà.

Note
[1] - Spedizione 2014 al Khan Tengri (Tien Shan, Kazakhstan), 7010 m.
[2] - Campo 1 del Khan Tengri, quota 4500 m.
Claudio Pesenti


domenica 20 luglio 2014

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO...

Slavina per Stefano. Tendinite (quasi risolta) e allenamento fermo da settimane per Claudio.

Abbiamo le nostre preoccupazioni, ma l'adrenalina sale in vista della spedizione 2014 al Khan Tengri (7010 m). 
Ripercorriamo con la mente le ragioni che ci hanno spinto a organizzare questa avventura. Troviamo la motivazione e la passione di chi non parte per conquistare una montagna, ma parte per un viaggio dentro se stesso, per osservare e gustare il mondo che ci è dato e infine tornare tra gli uomini.

Giovedì prossimo 24 luglio partiremo alle ore 14 dall'aeroporto di Orio al Serio alla volta di Almaty (Kazakhstan). 
Giunti in Asia centrale, in aeroporto incontreremo i kazaki che gestiscono il campo base del Khan Tengri sul ghiacciaio Engilchek Nord. Verremo portati in jeep al campo logistico di Karkara dove il 27 luglio saliremo sull'elicottero che volerà fino al campo base al confine con Cina e Kyrgyzstan.

Le previsioni sul Khan Tengri parlano di condizioni climatiche molto dure in questi giorni: finestre di bel tempo ridotte al minimo, fino a 20 cm di neve scaricata quasi ogni giorno, una temperatura percepita fino a - 31°C in vetta.
Sarà dura.
Cercheremo di affrontare l'ascensione con intelligenza e il giusto ritmo per poterci acclimatare nel migliore dei modi, sperando di non avere ricadute fisiche al tendine o mal di montagna acuto.
Il nostro obiettivo minimo è di raggiungere lo sperone nord del Pik Chapayeva (6150 m), il cui sperone settentrionale costituisce la via seguita per raggiungere campo 3 prima di tentare la salita finale al Khan Tengri.



Non sarà possibile aggiornare il blog in tempo reale, non disponendo di una connessione internet al campo base. 
Potremo probabilmente utilizzare un paio di volte il telefono satellitare in dotazione al campo base per avvisare i nostri cari ed eventualmente segnalare tramite loro sul blog i progressi della spedizione dopo una decina di giorni circa.

Un saluto a tutti!
Claudio e Stefano




venerdì 4 luglio 2014


UNA VIA, UNA VALANGA E LA BELLEZZA DELLA MONTAGNA


Le gambe sono prese da una strana frenesia, mentre con le mani semi congelate percorro la cengia rocciosa. Sento Ale che mi chiama, mi fermo strofinandomi le dita e guardo in basso: lo stretto colatoio di misto è irriconoscibile, sfigurato dalla grande valanga che mi ha appena graziato.

Siamo partiti alle 23.30 da casa, da Milano, con una decisione presa all’ultimo momento. L’obiettivo era una vecchia storia, la via del Dubbio, una via sconosciuta sul versante est del Tambò, una via non estrema, ma affascinate e selvaggia.
Abbiamo calzato gli scarponi al buio, poi i primi bagliori rossi hanno iniziato a tingere il cielo timidamente, sbucando da dietro i torrioni del Suretta. Superata la crepaccia terminale abbiamo risalito il pendio di neve dura, buona, fino alla bastionata rocciosa. Qui per placche e speroni siamo saliti facilmente, imboccando poi il canale finale.
Piccozze e ramponi entrano alla perfezione, Ale è sullo sperone roccioso, mentre io giungo ad una strettoia verticale che per rocce rotte risalgo fino all’ultima placca: in piedi, in bilico su una lama di neve, cerco di conficcare le picche nella neve inconsistente sopra la placca. Mi muovo precariamente quando sento Ale urlare: “Attento Ste!”.
L’urlo continua, sento un boato tremendo avvicinarsi. Mollate le picche nello zoccolo di neve sopra di me, mi metto rasente la placca, stando il più possibile sotto il casco. Intorno a me scoppia il finimondo: neve fradicia e sassi mi piovono tutti attorno investendomi sullo zaino e la testa. Diventa tutto buio, sento massi enormi saltarmi mandando in frantumi la massa di neve che mi protegge, le mie piccozze vengono spazzate via. Cerco di non farmi sbilanciare, non penso a niente, cerco di rimanere in equilibrio.
Pian piano la furia della valanga diminuisce, un’ultima vomitata di neve e poi basta; incredulo inizio a muovermi seguendo lentamente la cengia che mi porta sullo sperone a destra del colatoio.

Quando Ale mi raggiunge non crede ai suoi occhi nel trovarmi ancora vivo.

Eppure anche nella tragedia scampata la montagna nasconde una bellezza inaspettata: la bellezza della sua selvaggia grandezza. La bellezza di una natura che compie il suo corso, che semplicemente è. Una bellezza in cui noi possiamo inoltrarci, senza poterla mai veramente dominare. E così, davanti all’esaltazione delle nostre scalate, ci accorgiamo che anche la nostra vita à nelle mani di un Altro, a cui possiamo semplicemente dire grazie.

Stefano